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Presentazione

L'associazione

Lo psicodramma

La tecnica dello psicodramma nasce a Vienna negli anni venti ad opera di J. L. Moreno,  psichiatra, appassionato di teatro. L’obiettivo dello psicodramma era di liberare dai conflitti il protagonista, attraverso la drammatizzazione: la catarsi diventerà un concetto centrale.

Nel suo saggio sulla psichiatria inglese e la guerra Lacan definisce lo psicodramma moreniano una terapia di derivazione psicoanalitica. Non potrebbe essere altrimenti se si pensa al clima culturale viennese nel quale lo psicodramma ha preso vita, clima dominato dal dibattito attorno alle scoperte di Freud. Sicuramente l’impianto moreniano non sarebbe stato pensabile al di fuori della rottura epistemologica introdotta da Freud nel campo dello psichismo.

Possiamo dire che sono comparse all’inizio del secolo due pratiche psicoterapeutiche: una psicoanalitica, preoccupata di dare senso e soluzioni ai conflitti psichici, e l’altra psicodrammatica, che ha cercato attraverso l’efficacia catartica dell’improvvisazione drammatica la strada per affrontare il disagio psichico. (Sacco F., 1993)

Ambedue i metodi hanno cercato di rispondere alla ricerca di una rappresentazione spaziale e scenica  degli affetti, della profondità e dell’estensione degli oggetti interni. Seguendo  l’evoluzione della psicoanalisi in parallelo alla nascita e all’evoluzione dello psicodramma  è facile chiedersi se l’invenzione di Moreno sia stata  una alternativa alla psicoanalisi  o un modo originale di applicarne le scoperte, magari con l’attuazione di un rovesciamento geniale della prospettiva dentro - fuori,  nel tentativo di rendere una visibilità  alla scena del mondo interno.

Il progredire della psicoanalisi avanzerà tra  costruzioni di  scene e creazione di personaggi in cui gli affetti e le pulsioni potranno prendere forma e sviluppo storico.

Lo sviluppo  del metodo psicoanalitico ha messo in evidenza come nel transfert si proiettino parti scisse che richiedono al terapeuta la capacità di assumere ruoli, di personificare, ma prima di tutto di avere uno spazio scenico nella mente perché ruoli e personificazioni abbiano un luogo dove muoversi.

La psicoanalisi, come suggerirà Musatti (1988) è insomma essa stessa uno psicodramma.

La psicoanalisi freudiana ha trasmesso  un metodo in cui i  personaggi che popolano le scene delle memoria e degli affetti prendono parola uscendo dal corpo, le storie della psicoanalisi sono insomma come quelle radiofoniche, si sviluppano, cambiano voce, ma i personaggi non si vedono. La tecnica psicodrammatica ha scelto un altro canale di evocazione e sviluppo delle storie, un canale visivo oltre che uditivo, anche se quello che  si vede nella scena psicodrammatica appare solo attraverso la persona che rappresenta l’assente, che rappresenta chi non è lì.

Lo psicodramma e il gioco permettono di rappresentare, attraverso dei sostituti  di quello che non è  presente, legando e regolando attraverso la scena la presenza e l’assenza. Nella messa in scena psicodrammatica le parole e le azioni acquistano una qualità ludica, una persona si comporta come se fosse un’altra, il qui ed ora diventano un altrove e un altro tempo. Le scene della vita vengono figurate, esplorate di nuovo attraverso le funzioni trasformative del gioco.

La scena dello psicodramma come la scena del sogno non produce conseguenze nella realtà, ma sequenze mentali che transitano in un modello spaziale di  esplorazione.

La visione, che nella psicoanalisi è rivolta al mondo interiore, come visione mentale che analista e paziente rappresentano nel transfert, nello psicodramma diviene una condivisione di scene che si incarnano nei personaggi che animano le scene. Mentre Freud era tanto interessato al senso nascosto dentro alle immagini da decidere di entrare nei sogni e percorrerli in compagnia dei suoi pazienti, lo psicodramma li mette in scena dando corpo, voce e volto ai personaggi della mente, attraverso i compagni di gruppo. Nello psicodramma la catena dei significanti viene sollecitata anche attraverso gli stimoli visivi che attivano il preconscio lavorando per concatenazione e successione di scene.

Così come il dispositivo del transfert è un traduttore di azioni in storie, il dispositivo dello psicodramma farà uso dell’azione scenica per trasformarla nel  racconto attraverso il quale gli affetti divengono pensabili.

Visto alla luce del modello kleiniano che sostituisce la rete intrapsichica alla rete storica di Freud, il gioco ha la funzione di esteriorizzare il mondo interno attraverso le azioni e di creare  legami nuovi e narrabili tra i significati, diventando contenitore visivo del teatro interno. (Donata Miglietta)

Il contributo di Winnicott: il Gioco

La comparsa dell’oggetto transizionale è  una pietra miliare nel processo di crescita poiché richiede la capacità di instaurare una dialettica tra unicità e separatezza, tra mondo interno e mondo esterno, tra fantasia e realtà

La nostra capacità di giocare si inserisce in questa dialettica. Il gioco scrive Winnicott - è immensamente eccitante non perché vi siano primariamente coinvolti gli istinti - come pensava Freud -  ma perché si svolge sul filo della  precarietà  tra la realtà psichica affettivamente costruita e l’esperienza di controllo  degli oggetti reali.

Vi è una linea diretta di sviluppo che va dai fenomeni transizionali al gioco e dal gioco al gioco condiviso: è la linea che conduce dal gioco in presenza di qualcuno alla sovrapposizione di due aree di gioco - quella del bambino e quella della madre - e quindi  alla possibilità di giocare insieme in un rapporto.

Siamo debitori a Winnicott di aver segnalato nello spazio potenziale  la  genesi della funzione simbolica. La nascita del simbolo  viene infatti localizzata da Winnicott in un luogo spazio temporale in cui la madre è in transizione tra essere fusa col bambino ed essere vissuta come un oggetto  separato. Il simbolo si genera  nel luogo e nel punto  in cui ha inizio la separazione.

Nella disillusione che nasce dalla frustrazione e nell'inevitabile imperfezione dell'intesa madre - bambino, i simboli diventeranno necessari e  la dialettica tra unicità e separatezza consentirà di generare significati personali mediati dalla soggettività.

Il tema del luogo del gioco e degli spazi potenziali lega il lavoro dello psicodramma  al discorso di Winnicott e aiuta a far luce sul tema del gioco come universale che appartiene alla sanità. “Il gioco porta alle relazioni di gruppo; il gioco può essere una forma di comunicazione in psicoterapia; il gioco facilita la crescita e pertanto la sanità e infine, la psicoanalisi si è sviluppata come una forma altamente specializzata di gioco, al servizio della comunicazione con se stessi e con altri......L’analista deve dunque tenere molto in conto e ricordarsi costantemente non solo di ciò che è dovuto a Freud ma anche di ciò che dobbiamo a quella cosa naturale e universale chiamata gioco.” ( Gioco e realtà, pag 84)

Non ci può essere lavoro psicodrammatico che non condivida fino in fondo questa posizione e non ci può essere uno psicodrammatista che non sappia che la sua presenza ha la funzione di aiutare i pazienti a trasformare l’azione in gioco.

La capacità di giocarsi giocando diviene - con l’instaurarsi della fiducia nel dispositivo – una capacità di guardarsi e un  lasciarsi guardare che sovente conduce alla scoperta di significati nuovi, significati che nascono dallo spazio potenziale in cui il gioco  si svolge.

Al centro del processo terapeutico troviamo dunque il gioco, che viene considerato non solo come veicolo facilitante l’espressione degli affetti, ma come un accentuarsi della scansione di ciò che può circolare tra i partecipanti. Quando, dopo ogni gioco, ciascuno di coloro che hanno partecipato torna al proprio posto, ognuno, attori, regista e spettatori, si ritrova irrimediabilmente cambiato: il gioco scava le differenze tra tutti quelli che partecipano allo psicodramma, rendendo il gruppo precario e privo di elementi stabilizzatori e facendo sì che il qui ed ora attinga continuamente ad un altrove e ad un stabilizzatori e facendo sì che il qui ed ora attinga continuamente ad un altrove e ad un allora.

La proposta di gioco da parte dell’animatore deve cadere in un momento dello psicodramma, in cui le persone sono pronte a recepire le zone d’ombra emerse dai loro discorsi o a mettere maggiormente in discussione le proprie difese. Il fine del gioco,  non è quello di trovare una liberazione dei propri conflitti attraverso la catarsi delle emozioni, così come non è quello del piacere estetico e neanche la verifica sperimentale del vero o del falso contenuto delle parole dei membri del gruppo,  è, invece, quello di fornire una possibilità di aprirsi alla parte sconosciuta di noi che emerge ad un contatto più diretto con le emozioni. Visto da questa prospettiva, il gioco opera all’interno del gruppo analitico un vero e proprio salto di qualità: infatti, mettendo l’accento sul vissuto, la drammatizzazione neutralizza gli atteggiamenti più critici ed intellettualistici. Agendo, il partecipante mostra le sue inibizioni, le sue paure e la rappresentazione drammatica crea la possibilità per il protagonista del gioco di rapportarsi a momenti della propria esperienza in modo interrogativo, di riattivare la tendenza a sviluppare quelle parti di sé rimaste cristallizzate ed opache.


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